Guardare "Il buco" è entrarci. E' sedersi sulle creste di un pascolo montano. Salire sul Pirellone nello spirito del 1961.
E', soprattutto, nutrire uno sguardo che si distacca dalla narrativa individuale per farsi corpo comune; ambiente, paesaggio, impresa umana e animale.
Questo cinema è vita, vita che respira, guarda, sta.
Le azioni degli
umani, in prospettiva panoramica, si connettono e si armonizzano alle
altre, al tutto, con cui compongono coreografie nel ciclo del nascere
e del morire, della notte e del giorno. Smettono il pathos narrativo
dell'eroe, appaiono fotografiche in un disegno più grande, arioso e
globale. Affascinano le voci, senza parola ma con significato,
sciolte nel tappeto sonoro di cui brulica la vita.
E'
così: se ampli il campo dello sguardo, il singolo movimento diventa
un frammento corale, con i suoi ritmi e colori.
Un
rituale.
Ma che succede se proviamo
a avvicinare gli occhi, ad affinare l'orecchio?
Da vicino esaminiamo una parte del
tutto. Ogni suono (al principio era il verbo) e ogni fenomeno ha un
suo specifico senso, distillato; come fa la scienza moderna ai fini
dell'indagine, ingrandendo, scomponendo, esplorando e analizzando le
singole parti. Come fa il pensiero e la parola. Come fanno gli
speleologi; arrivano (da su, dalla "testa") per calarsi
nell'oscurità.*
Come non hanno fatto, per millenni e
generazioni, gli abitanti della montagna.
Eh sì, perché
la domanda è: chi lo guarda quell'altopiano e l'abisso che contiene?
Con quale sguardo?
I pastori ci vanno al pascolo,
probabilmente da secoli e secoli, lasciando che l'abisso sia abisso.
Forse lo incontrano nelle fiabe o nei sogni. Nel momento in cui
l'abisso è illuminato, riprodotto e familiarizzato, qualcosa cambia, si stacca, muore.
Gli
speleologi ci transitano e si accampano con uno scopo preciso.
Entrare nella fessura, illuminarla, descriverla. Ci arrivano ieri,
nel '61, "dall'alto", in
forza di quella spinta economica che permette alla società del
capitalismo avanzato, di cui la realtà urbana è simbolo ed
espressione, un simile movimento di risorse e tecnologie.
Noi
spettatori giungiamo ora, affacciati a un schermo e in virtù di
quel che è successo dal 1961 ad oggi, tecnologia e risorse in
sviluppo costante. Siamo al cinema (che è un po' sogno, un po'
terapia), probabilmente soli, auspicabilmente in silenzio e
mascherinati.
Riassumendo: noi vediamo un film in una
sala, gli speleologi una grotta, il pastore un mondo.
Tre
visioni che qui si toccano, si incontrano, fluiscono una nell'altra
sull'onda di una visione più ampia in cui grazia e memoria faranno
da argine naturale alla pure ineluttabile indagine della ragione e
della parola.
Qui sta la preziosità del film; soprattutto
a valle, per gli spettatori a cui è destinato, le tre esperienze
sono vive e permeabili. "Il buco" ci trasporta TRA i coraggiosi esploratori, tra gli animali, le case,
le rocce e i pastori.
Idealmente, privilegiando gli sguardi
ampi, forse l'autore ci vuole avvicinare a una visione più grande in cui,
nel disincanto di un 2021, siamo più prossimi allo sguardo del
pastore sul mondo di cui sappiamo di far (infinitesimamente e
temporaneamente) parte, e che cambiando non muta (tutto passa e tutto
lascia traccia); anche se iniziamo un'epoca di imprese eccezionali,
in cui spostiamo i confini dell'umano in basso e in alto, un razzo
spaziale resta un impercettibile raggio di luce nell'oscurità
universale. Come nelle grotte del Bifurto, è un po' di luce nelle
tenebre.
Un po'...Se paragonata a tutto ciò che non
sappiamo, all'Abisso in cui siamo ancora immersi. Questo, nonostante
nel "piccolo", alla nostra altezza, gli spazi del selvatico
e dell'ignoto siano sempre più ridotti, non dobbiamo dimenticarlo.
Memoria. Questo, nonostante negli ultimi settant'anni molte luci si
siano accese, ha comportato che qualcosa d'altro si assopisse: le
nostre radici nel mondo antico, animista e rurale. Ma a queste radici
restiamo, con la grazia e l'incanto di questi occhi e queste storie, attaccati.
la luce della ragione illumina le tenebre
sono pur sempre tenebre
* E' il '61, e gli speleologi ci arrivano con quella che a noi pare una gradualità, inserendosi nel contesto. Dormono in chiesa, giocano coi bambini del paese, ci mettono un po' a portare strumenti e disporli nella cavità. Cantano popolare e disegnano quel che vedono. Sono ancora con un piede nel mondo antico, ma per poco, già gli sfuggono. Torneranno all'ombra del Pirellone, i loro figli nasceranno negli ospedali e non mungeranno mai una capra.
Di questa serie inglese del 2020, non ancora uscita in Italia, si parla come “serie dell’anno”, addirittura del decennio (di quale, a voi la risposta). Non solo perché Jane Fonda ha detto di essersela sparata tre volte di seguito, ma perché ha oggettivamente ottenuto un giudizio della critica storicamente altissimo per unanimità. Come si può vedere dal dato aggregato di Metacritic, I May Destroy You ha surclassato le “inseguitrici” (distanziando semi-capolavori quali Better Call Saul e Normal People, quest’ultima consigliatissima, tratta da un libro di una giovane scrittrice) piazzandosi veramente spesso al primo posto delle top ten dei critici statunitensi. E tra quelli del VCO, ovviamente.
Sì, perché i motivi per essere serie del decennio ci sono tutti.
Il primo è che I May Destroy You è una storia vera-vera. Non è un errore di battitura. I dodici episodi sono veri-veri perché non rappresentano una vicenda, quanto invece lo “sono”. E quel sono significa sia contenuti narrativi, sia produttivi.
Produttivi perché l’autrice ha tenuto testa alta finché non ha ottenuto il “minimo sindacale”, cioè una partecipazione agli utili e la garanzia del controllo realizzativo, dai padroni, cioè le corporation della serialità. Ha scartato Netflix (con cui era uscita la sua esilarante prima serie, Chewing Gum) che metteva sul piatto un milione senza però concedere titoli né garanzie autoriali. Alla fine ha siglato con BBC / HBO che le hanno riconosciuto un ruolo nella produzione, totale controllo creativo e tutti i diritti. Non è un fatto da poco, e va letto sapendo che l’autrice Michaela Coel è una donna poco più che trentenne, nera, che fa parte della classe operaia inglese. Figlia di un’addetta alle pulizie, fino a pochi anni fa sbarcava il lunario con lavori precari e per passione recitava poesie nei pub londinesi. Finché qualcuno non le ha suggerito di provare con il teatro, e lei ha fatto il botto, scrivendo Chewing Gum e ottenendo così tanto successo da approdare al settore video.
Narrativi perché nella storia di IMDY c’è molto di autobiografico. La protagonista Arabella Essiedou, come l’autrice, è una giovane, nera, vitale, precaria e squattrinata. Gli amici sono la sua famiglia. Arabella è una scrittrice in erba ed è anche una persona violata e stuprata, la serie comincia più o meno così.
Con gioia di vivere, ironia, amicizia e crescente consapevolezza dei traumi e delle violenze subite e delle innervature che questi hanno nella realtà che tutti noi frequentiamo, Arabella ci trasporta nel suo mondo con miliardi di sfumature e un ritmo perfetto di montaggio intrecciato e narrazione plurale. Uno sguardo rapido ma coloratissimo di dettagli, curioso e partecipe, che schizza tra appartamenti, locali, strade di Londra e..di Ostia, accompagnato da una colonna sonora decisamente all’altezza.
La storia
La trentenne Arabella ha pubblicato un libro su Twitter ottenendo un successo inaspettato; ora ha un editore che l’ha messa sotto contratto e la incalza per la scadenza imminente della consegna del secondo. Lei però non ha scritto nulla, forse anche perché in questo momento è ossessionata da un ragazzo di Ostia, è tornata a trovarlo e sta cercando di non innamorarsi. Biagio è un tipo indipendente e tranquillo, rispettoso e affascinante. Ma è uno spacciatore. Arabella lo ha conosciuto durante una vacanza “a ufo” in Italia come fornitore di droghe ricreative.
Al rientro a Londra, Arabella scrive di notte per onorare l’impegno editoriale, ma si concede una pausa di un‘ora per raggiungere alcuni amici (più hipster e danarosi di lei) in un bar. Non tutto ciò che accade viene immediatamente colto da noi spettatori e dalla protagonista. Scopriremo a breve che la giovane è stata drogata e stuprata, e questo sarà il nucleo attorno a cui girerà un po’ tutto.
Un fulcro che parla di consapevolezza, wokeness, e progressiva messa in discussione di aspetti che Arabella, come tutti noi in teoria, dà per scontati. L’amicizia e la sua capacità protettiva, la libertà di muoversi, divertirsi e socializzare (non solo per una donna ma per chiunque sia portatore di una qualche fragilità), il rapporto con le donne bianche, con il sesso e i piccoli grandi abusi. Il potere, il controllo e l’ossessione della vita social e l’impatto sulla persona. Il consenso. “Prima di essere stuprata non ho mai pensato a cosa significasse essere una donna. Ero impegnata ad essere nera e povera” scriverà Arabella.
...e tanta voglia di cambiarla
La preziosità di I May Destroy You è la capacità di tenere fermo il trauma di violenza fisica e mentale (Arabella soffre vuoti di memoria legati allo stupro che appaiono in tutta la loro drammaticità) mentre, grazie alla sceneggiatura e alla regia, ci permette di sfuggire a un feroce ed espiatorio processo al singolo, allargando l’ottica e permettendo a tutti noi di riconoscerci nelle vite degli splendidi ragazzi coprotagonisti. Impossibile sfuggire alle domande sui personaggi (amicizia e responsabilità, sessualità, lavoro) e sul contesto della vita che ci troviamo a vivere nella contemporaneità.
Feste, street-art, commissariati, palestre, atelier, bar, uffici, discoteche, psicologi, spiagge; sembra impossibile che in meno di mezz’ora di episodio ci stia tutto questo, con coerenza e ritmo. Nella serie di Coel ciò accade ogni episodio, al termine del quale ci si trova spesso a pensare che sia durato il doppio.
I personaggi di IMDY rivelano via via le loro ambiguità, tutti, ma senza perdere la loro familiarità; giovani esuberanti pienamente inseriti nel flusso della vita che a un certo punto si scoprono coinvolti in bullismo al liceo, violenze famigliari, stalking, revenge porn, gogne social, stigmi e pregiudizi vari. E quasi tutti si trovano, prima o poi, da una parte e dall’altra. Coel non punta il dito contro nessuno, alla fine, nemmeno verso i “peggiori”, ma porta i personaggi a intraprendere nuovi cammini, fare scelte che non rimuovono, forse nemmeno risolvono, ma si sganciano, o almeno, permettono di sopravvivere. Crescere, anche. Con sconcerto, urlando rabbia al mondo (social, soprattutto) e poi terapia, elaborazione creativa, e riapertura alla vita..e ai suoi abusi, di cui forse, con la consapevolezza, possiamo comprendere gli obiettivi e sottrarci al tiro più spietato.
Vite che sono la mia
Lo stupro è come un padre tra i traumi, è un manto che Arabella sfila da ciò che la circonda, mettendosi radicalmente in gioco e guardando le cose con nuova coscienza. Con grande abilità narrativa, le vicende collegate dei ragazzi di I May Destroy You ci dicono che le vittime sono tutti coloro i quali si trovano in condizione di fragilità, anche momentanea. L’abuso è uno scherzo pesante nel momento sbagliato, una madre che allontana con la menzogna i figli dal padre, un preservativo tolto di nascosto, un atto non desiderato in un incontro di sesso sfrenato combinato online. I traumi di Arabella e dei suoi amici non saranno utilizzati per generare empatia. Lo stesso vale per le rappresentazioni di minoranze e “subalternità” presenti nelle vicende dei personaggi della serie. Non sono inscenate per impattare, indignare, redimere, commuovere. Non c’è stigma, non c’è rappresentazione enfatica. Non c’è IL male e nemmeno IL colpevole.
La crescita di Arabella e dei suoi amici coinciderà con il rendersi consapevoli di quanta violenza, sfruttamento e abuso possa permeare le vite, tutte, le nostre e anche quella della protagonista, decidendo di non tacere più e di agire senza, al tempo stesso, perdere la voglia di stare al mondo liberi e il senso di un’umanità complessa che erra (in tutti i sensi) ed è capace di comprendere, evolvere, e perdonare. Potranno volerci anni, mesi...Arabella mostra una via, la sua via, per affrontare da un lato gli svantaggi dovuti a nascita e condizione e dall’altro gli abusi subiti, senza chiudersi nell’odio, nella violenza, divisivi e sempre in guerra col mondo. Forse, un lungo lavoro (generazionale e di classe) sui primi prepara ad affrontare i secondi. Raccontare, comunque, è l’inizio della cura. Stravolgere il punto di vista, raccogliere ciò che l’altro ha da dire, concedere seconde possibilità ai carnefici, è terapia. Mettere il dito nelle crepe e nelle ferite. Perchè siamo storie che possono voltare pagina.
La vita è tutta un’app
La socialità e il soddisfacimento dei bisogni contemporanei (lavorare, mangiare, fare sesso, spostarsi, costruire una relazione, farsi conoscere) avviene spesso tramite applicazioni telefoniche, spersonalizzando relazioni e modalità di incontro, dimenticando il caso ed il caos, smaterializzando il lavoro e la povertà, il corteggiamento, i corpi. La serie ci turba perché evidenzia che integrarsi in questo mondo significa esercitare e subire piccole grandi violenze ed ingiustizie ai danni dei più esposti, senza nemmeno (più) coglierle, perché le rimuoviamo e/o sono appunto “smaterializzate”, lontane dai nostri occhi ipersensibili ma ciechi.
Dalla rappresentanza alla presenza
I May Destroy You è uno di quei pochi prodotti arrivato ai circuiti distributivi mainstream in cui la classe lavoratrice (e soprattutto quella nera e femminile) non viene dipinta, in un modo o in un altro, ma si mostra per come dipinge. In quali strade vive, quali pennelli conosce e si può permettere, come li usa e cosa ci disegna. La “minoranza” si racconta da sola, con i suoi corpi, gli sguardi, i sogni e i nodi alla gola, le ferite e le scelte compiute per andare avanti e farci i conti. La “subalternità” è protagonista di se stessa e si emancipa fin dove può e ne ha consapevolezza.
Grumi di sangue e canti selvatici
Il racconto di Coel raccoglie la palla di altre narrazioni (come Orange is the new black, di cui si parlava prima) sul corpo femminile, che mostra senza edulcorare, anche nelle sue parti più intime e solitamente poco popolari, su cui riesce anzi a scherzare e intenerirci. Un corpo che in qualche modo ci riflette: possiamo camuffarlo o rimuoverne alcuni aspetti, ma resta composto in più o meno pari misura da pelle, curve, nervi, viscere, merda e sangue. Roba profumata e roba che non lo è affatto, insomma. Roba che possiamo condividere e gioirne, e roba che no. E’ come quando si taglia lo stelo del fiore e dentro c’è il verme. E’ così. E’ legge di natura. E anche in questa serie, sullo sfondo fino alla fine, la natura c’è. E’ un uccello che canta e continuerà a farlo. La differenza che possiamo fare noi, è decidere di fermarci un momento, uscire dalla spugna delle nostre esistenze automatiche, e ascoltarlo. ...e a proposito di musica
La serie di Michaela Coel è molto musicale, e probabilmente non poteva essere altrimenti, data l’ambientazione, i personaggi e il ritmo narrativo. Quasi tutto il sound è black: hip-hop, elettronica, R&B e gospel. Ciara Elwis, la 27enne curatrice di una colonna sonora che prevede lo sgancio di ben 150 frammenti musicali in 12 episodi, ha sottolineato come l’approccio al sonoro sia stato concepito proprio per evitare l’assorbimento sic et simpliciter nel dramma individuale/emozionale di cui si è detto sopra. Per fare un esempio, racconta Elwis in un’intervista al NYT, alla fine del secondo episodio Terry, l’amica sorella di Arabella, piange dopo aver messo a letto la protagonista reduce dalla denuncia dello stupro alla polizia. Invece di pompare con una classica canzone triste, parte "Nightmares" degli Easy Life, un pezzo R&B in cui delle trombe suonano in modo piuttosto giocoso. E così, al posto del solo pugno nello stomaco tipo "Oh mio Dio, non posso crederci, è orribile" (che comunque arriva) si genera dello spazio emotivo da esplorare, per il personaggio, e per lo spettatore. Funziona.
“Io ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana e tremo di gioia.
Ho ucciso mio padre, mangiato carne umana e sto tremando di gioia.
Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, tremo di gioia.”
E' il finale di tp3 questo sotto.
Il Terrore
Cosmico
L'urlo a quattro dimensioni di Laura
Distrugge i confini tra le dimensioni fisiche e metafisiche
Niente è più come prima
E quest'opera straordinaria è lì
Da rivedere ancora e ancora.
Per questo film di 18 ore, immediato e difficilissimo, esaltante, multisensoriale, mitico, da interpretare, da non interpretare, sui libri, nella reltà, al cinema, in tv, nella Loggia, credo si possano spendere le seguenti parole
La cosa più sconvolgente finore prodotta dal cinema del nuovo millennio
E poi
Victoria 10
L'altro volto della speranza 9
Kotoko 8 1/2
NEW ENTRY vista nel 2008: Vi presento Tony Erdmann 8 1/2
Paterson 8
Pina di Wim Wenders 8
Alberi di Frammartino 8
SIERANEVADA di Cristi Puiu (2016) 8
Good Time 8
La comune (Vinterberg - 2016) 7,5
Re ad Po 7
Borgman 7
Blade Runner 2049 (7)
Neruda (7)
Beyond the Black
Rainbow (7) 2012
THE MEYEROWITZ STORIES
- (NEW AND SELECTED) (6,5)
Faults 6,5
Dunkirk 6
Indivisbili 6
Citazione a uno stupendo e mitico (ancora più lomgevo di Twin Peaks) spettacolo di danza contemporanea visto dal vivo a Milano. Capolavoro geometrico emotivo femmineo espressivo.
In una parola:
Rosas
In un numero
10
Ancora da vedere
Agadah, Cane manguia cane, La raghazza nella nebbia, Civiltà perduta (2016)
MANCHESTER BY THE SEA (2016), E' SOLO LA FINE DEL MONDO di Xavier Dolan (2016), Love, Sole Alto, Re ad Po, Mister Universo
E qualche gradita segnalazione che magari lascerete qui sotto.
e ora cinque movimenti di passaggio e trasformazione mistica, con the OA (!)
Cosa accomuna yoga, rak'a, o gli antichi modi di inchinarsi, segnarsi, le danze estatiche e rituali di ogni culto e cultura, così come certe danze "laiche"?
Portano Tras-portano
Dove?
Attraverso cosa?
Il movimento non chiama spiegazione
Senso, bellezza
Visione senza immaginazione
La musica e il respiro sono i suoi pattern
Il punto è: essere ritmo
trovalo aprigli la strada gonfialo in te, come la vela il vento trovalo aprigli la strada gonfialo in te, come la vela il vento
5) Lo and behold (...importante, anche se manca il tema della bolla delle ricerche web)
6) Lo chiamavano jeeg robot
7) Heart of a Dog (2015)
8) Revenant
9) Neon Demon
Serie viste nel 2016
The Night of
Utopia (1 stagione 2013 - seconda 2014)
Stranger Things
Il primo posto va ai due doc di Patricio Guzmán che connettono archeologia, astronomia, politica, antropologia, poesia. Mostra la connessione fra noi e le stelle, l'acqua delle meteore, la ricerca delle ossa di vite profanate ma ricordate. Superiore il secondo, La memoria dell'acqua.
Tutti vogliono qualcosa è un altro grandissimo film di Linklater, che riesce a raccontare i tempi storici e esistenziali come pochi altri. Un film che mi ha divertito tantissimo, da vedere insieme ai propri amici (maschi!).
Il libro della vita è un premio alla riuscita di un'operazione narrativa cinematografica su tematiche importantissime, soprattutto per le giovani generazioni. Tolto questo, starebbe in classifica sicuramente, perchè è un film molto ben fatto, ma non sul podio.
Avrei voluto vedere e non ho visto: Love, Ritorno alla vita, Turner, Francofonia
Per completezza di cronaca, come serie, ancora Orange is the New Black (che inizia zoppicando ma poi riesce ancora a stupire e convincere come nessuno) e la "mini" Olive Kitteridge
Laura, l'ostetrica e ora amica, che ha accompagnato gravidanza e parto della nostra cicciona secondogenita nata con l'ultima Primavera, ha voluto fare quest'esperienza che merita la più ampia condivisione.
Laura è appena rientrata dalla missione a bordo delle navi della Marina durante la quale ha prestato assistenza e soccorso a oltre 650 migranti, molte donne e bambini.
Da ottobre 2013 ad oggi, oltre 90 volontari sanitari sono
stati impegnati in questa missione di soccorso per portare asssitenza e
aiuto ai tantissimi migranti che ogni giorno arrivano nel canale di
Sicilia.
"Parto con lo zaino, un po’ me lo sento che sarà un’avventura. Il quarto giorno ci viene chiesto di raggiungere un “bersaglio”
sul mar Libico. Navighiamo velocemente per raggiungere l’imbarcazione.
Eccolo li il barcone. Come mi sento? Come si chiama questa cosa che
sento? Devo starci dentro un attimo per capire ma poi la riesco a
definire: è angoscia. Io con le mie certezze davanti a loro con la loro
storia. Iniziano a salire e non c'è più tempo per pensare, tutto si
dilegua per ricomparire solo al rientro a casa. Salgono e sono corpi. Corpi senza identità. Anime che hanno dovuto lasciare in
Patria la dignità, zavorra impossibile da trattenere in un viaggio
simile. Esseri umani accalcati sul ponte di catrame di una nave da
guerra in una prossimità che non conosce nazionalità, religione, stato
sociale, tutti ugualmente spinti dal desiderio di un futuro migliore.
Ecco cosa si fa in queste missioni: si traghettano sogni.
Cerco spazio per camminare tra quella distesa di membra che stiamo
cercando di aiutare, ne sono arrivati tanti oggi, si parla di 4000, 548
sono con noi, tra loro sette gravide, una a termine, una con varicella,
una vuole abortire perchè è stata violentata, due neonati con
condizioni serie, quella di cinque giorni con temperatura elevatissima
la trasferiremo perchè non potrebbe resistere in quelle condizioni,
quello con cefaloematoma reagisce bene, proviamo a tenerlo. La
disidratazione è il problema più grave e non è semplice riportare
equilibrio in quelle carni già così provate da stenti precedenti.
I bambini sotto i due anni, circa una quindicina, hanno tutti
diarrea, alcuni varicella, un ragazzo pelle e ossa sta collassando, ha
uno squilibrio elettrolitico che penso potrebbe essere letale su un
fisico come il suo, con quella testa tutta occhi, la bocca che non sta
chiusa, le articolazioni sproporzionate e la massa muscolare
inesistente; il polso si sente appena, dobbiamo reidratarlo. Un altro ha
probabilmente delle fratture alle gambe, non si è mai alzato e ha molto
dolore. So cosa dovrei fare ma so che non si può fare. Cerco di
monitorare la situazione per capire se qualcosa sta degenerando, non
possiamo curare, possiamo solo fare primo soccorso e poca, quasi nulla
prevenzione. Ci si abitua in fretta a riconsiderare le priorità
abituali, a guardare prima i moribondi.
In due giorni dormo circa 4 ore non consecutive. Ci provo ad
andare a letto ma non riesco a staccare la mente, ho bisogno di essere
li per verificare che le cose stiano lentamente migliorando, che insieme
alla notte, stia arrivando anche un po' di pace. Mi aiuta Merta a tenere sotto controllo la situazione, la
splendida ragazza quattordicenne con il turbante blu che traduce in
arabo il mio inglese, le dico che sarebbe una brava ostetrica, lei mi
guarda con gli occhi che brillano e so che ci penserà davvero.
Infine terra, la vedono in lontananza e cominciano a sorridere. La
nave entra lentamente nel porto di Palermo e loro cantano. Cantano la
gioia di essere nella terra promessa, un carico umano di aspettative
legittime e represse che stanno finalmente trovando una via, una
possibilità seppur vaga di realizzazione. È il nuovo significato che
dobbiamo dare alla parola “difesa”, non c'è nulla di più nobile di un
esercito che soccorre, cura e accompagna gli individui nel loro progetto
di vita, di questo abbiamo bisogno più di ogni altra cosa.
Questo fanno i marinai oggi, a volte con orgoglio, a volte
senza capirne il senso ma chi di noi riesce davvero a capire il senso di
questo dramma? Sono giovani uomini sotto i trent'anni, capaci di
condurre una nave di 1500 tonnellate ad attraccare ad un porto,
avvicinandosi al molo con la gentilezza di una brezza, capaci di
recuperare due naufraghi aggrappati ad un galleggiante in mare aperto
con un elicottero e un verricello, in grado di individuare un uomo in
mare attraverso gli infrarossi. Sanno muoversi al buio i marinai e
quando manca la luna il buio è così nero da farti pensare di poterticisi
perdere dentro, da farti dubitare della tua stessa identità, da farti
perdere il ricordo dei confini del tuo corpo. Il buio, angoscia primale,
paura di scomparire. Cosa si prova a navigare su un gommone in mare
aperto in una notte senza luna? Cosa si prova a girare lo sguardo per
giorni su un guscio di noce vedendo solo un orizzonte lineare, onde,
azzurro, afa, sete, diarrea, vomito, mal di testa. Puzza di gasolio e
carne che decubita. Non si può ancora perdere la parola come quella volta all’isola
dei Conigli in cui il mare era disseminato di cadaveri, bisogna
continuare a credere che la vita sia bella, che il mare luccichi per
tutti i popoli della terra, che il sole splenda per sempre.
Torno con lo zaino e non è stata solo un’avventura. Sindrome da
rientro, ce l'ho. Parlo e improvvisamente mi devo interrompere perchè le
emozioni mi sopraffanno. Scrivo messaggi e piango, eppure non riesco a
dire a parole cosa sia stato davvero quel miscuglio contaminante di
professione, amicizie, elementi naturali, cronaca, vita. È
navigazione. Sempre e ovunque."
"Boyhood è un film fondamentalmente senza trama, che non
procede secondo le strutture drammatiche convenzionali proprio perché
non è imitazione della vita, ma vita stessa. In questo, si tratta di un
film sovversivo, nel senso che sconvolge le regole alle quali siamo
abituati e di cui, come spettatori, siamo complici. La sospensione
dell’incredulità, contratto che sottoscriviamo ogni qualvolta entriamo
al cinema, non è più necessaria, in quanto oggetti e persone invecchiano
sullo schermo come hanno fatto nella vita reale."
Da Gli Spietati (Alberto Zambenedetti) i quali, come sempre, riescono a dire perfettamente quello che c'è da dire. Spietati, appunto.
E non ho nemmeno internet sul cellulare. Ne farei a meno, anche del cellulare. Conosco solo una persona ancora, senza. Il mitico CG.
Comunque, in famiglia siamo da molti anni felicemente senza tv, e già questo porta a delle più o meno evidenti differenze di visione, immaginario (e forse anche cultura e opinioni?) con chi guarda spot, telegiornali, ecc.
Anche non essere su facebook (o come nel mio caso esserci con un utente non attivo, usato solo per partecipare a un gruppo di studio) ormai porta a delle differenze rilevabili. Me ne rendo conto.
E pensare che lavoro nella comunicazione. La cosa ha dell'incredibile? Forse. Ecco, è soprattutto nell'ambito lavorativo che la vedo dura (restare senza fb), però spero sarà possibile.
Agli sparuti lettori e lettrici di quel che resta di un nero blog di vita e di cinema, le mie segnalazioni di film e delle serie più belli di quest'anno (con qualche intruso temporale particolarmente meritevole), nonchè libri e un paio di robette futuristiche che però ci riguardano da vicino.
Buoni 12 giorni e buon 2015!
FILM Boyhood, di R. Linklater, grande regista e grandissimo film; Boyhood bisogna guardarlo e basta!
La vita di Adele, anche se è del 2013, perchè è una meravigliosacalata con sguardo naturalistico e senza tabu, censure o cliche, nella giovinezza, nell'incontro e nella scoperta sessuale, nell'amore.
NB AGGIUNTA IN SEGUITO A PUBBLICAZIONE: In questa posizione mi sono dimenticato di un film non del 2014, ma visto quest'anno, che è un piccolo capolavoro di genialità, a partire dal soggetto: Castaway On the Moon!
In grazia di Dio, di Edoardo Winspeare, perchè è un buon film che racconta una storia bella ed
importante ed è prodotto in modo coerente con quello che mostra
(baratto dei prodotti della Terra, ecc).
Nymphomaniac, perchè è Lars Von Trier e perchè il sesso è tutto e... la Donna è tutto.
Maps to the Stars, perchè è Cronenberg che continua a evolversi nei meandri della psicoanalisi.
SERIE True Detective, lo dicono tutti&lo dico anche io, non stiamo qui a ripetere i perchè!
Orange is the new black, perchè è pedagogico nel raccontare le relazioni, perchè è femminile (mestraule), ben scritto e molto divertente. Mi ha entusiasmato!
Dead Set, fichissima serie di Zombie e società delle spettacolo, splatter, ironica e grottesca.
Z Nation perchè condensa in una puntata intere stagioni di The Walking Dead, perchè ha delle trovate originali ed esilaranti.
NB: Film non visti che vedrò, Inshallah: Le cose belle, Gone
Girl, Mud, Mummy, Alabama Monroe, P'Tit Quinqui, Il sale della Terra,
Ida, Lo sciacallo, The Rover. Troppi, come il tempo perso a seguire
pezzi di certe serie (tipo l'insignificante Leftovers).
Altre belle cose viste:
Disconnectun bel film che mi ha fatto pensare su un tema su cui spesso ragiono, leggo e discuto, come cittadino, uomo ed educatore;
Zodiac(2007) di Fincher, perchè è un bellissimo thriller un po' psicopatico;
LIBRI Non dirmi che hai paura, di G. Catozzella
Questo libro non esiste non leggerlo, e basta! :-) (il link è alla recensione che ne ha fatto Saviano).
Il serpente piumato, di D. H. Lawrence
Credo sia il romanzo più importante mai letto dal punto di vista spirituale nonostante i -pochi, peraltro- limiti storici. Non posso aggiungere altro.
L'armata dei sonnambuli, di Wu Ming
L'ultimo romanzo storico dei Wu Ming è una vera figata: rivoluzione francese, magia, supereroi romagnoli, deh, cazzo chiedere di più? Grandi ragazzi!
PRESENTE E (E') FUTURO Rosetta on the Star
Il viaggio di Rosetta sulla Cometa lo seguivo da parecchio e non pensavo andasse così bene e mi emozionasse tanto. Penso che quell'evento abbia una notevole portata antropologica e filosofica, un po' come accadrà quando e soprattutto SE la missione Mars One prenderà consistenza.
Le braccia bioniche
Confine tra uomo e macchina sempre più sfumato, anche per quanto riguarda la comunicativa.
Un ottimo lavoro (al solito) di sintesi e diffusione che svela e dimostra uno scenario al momento più interessante nel conflitto che infiamma la zona calda tra Siria e Iraq.
Per leggerlo, cliccare sull'emblematica foto sottostante:
L'articolo parte dall'approfondimento di 30 punti/chiave da cui può essere utile prendere il via. Li ho ritrovati qui
“Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi
accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il
vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno,
finché non fiorirete.”
Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi
Non sono animato da intenti polemici, piuttosto credo che blog&co, oltre ad essere dei succhia-tempo, come dicono i linguisti islandesi traducendo nell'idioma nazionale questo genere di termini, acquisiscono senso e utilità se utilizzati per scambiarsi idee, argomenti, soprattutto quando sono diversi, affinchè sia possibile uno scambio, una sintesi e spunti anche per chi un giorno potrebbe ri-passare.
Va in questa direzione l'assunzione delle parole di Rita per "quelle che sono", vale a dire un post con diverse componenti personali, sul suo blog personale, e non certo trattati e proclami. Questo si evince anche dal garbo e l'intelligenza con cui lei gestisce i commenti. E lo stesso valga per me e questo spazio ormai piuttosto spopolato.
Di padre in figlio
Tornando all'oggetto della mia, Rita scrive della cultura "mainstream" che presuppone e inculca obbligo generativo per le donne, nonchè delle sue scelte in merito, portando motivazioni e riflessioni di ordine generale e adducendo esperienze personali.
Molti suoi lettori e lettrici partecipano appoggiando (chi più, chi meno) il suo punto vista, sottoscritto compreso, pur se con non pochi "ma".
Tra i commenti mi incuriosisce quello di Vale Riccione, che rimanda a una pagina di un suo blog, questa, per una tabella che ironicamente riassume e sarcasticamente apostrofa i comandamenti procreativi. Leggetela, ne riparleremo dopo.
Anche io, come Rita, parlerò della mia esperienza personale cercando, dove possibile, di renderla condivisibile.
Fino a circa i 30 anni la pensavo esattamente come lei. Io e i figli? Zero. Il mondo non mi sembrava un buon posto per una nuova vita.
Lentamente e con fatica sono cambiate una serie di circostanze nella mia vita personale e a un certo punto, senza pensare di volerlo o meno, le cose hanno portato (l'espressione non è casuale) a non controllare gli aspetti più controversi, aggrovigliati, del nostro vivere, pur mantenendo -nutrendo- la consapevolezza degli stessi. Diciamo che dopo un doloroso, gioioso e molto denso percorso di rielaborazioni ed esperienze, ho "imparato" a vivere non solo confrontandomi, sperimentando, scrivendo, eccetera, ma lasciando germinare senza dover obbligatoriamente capire e contenere.
Imparare a stare e a coltivare quanto basta per riportare le ambizioni nella misura del possibile; un possibile che non sta "nella" mia volontà, ma nelle infinite, terribili e incantevoli "variazioni sul tema"; sia quelle che si manifestano con evidenza, sia -soprattutto- quelle che restano invisibili agli occhi.
Ecco che, "senza pensarci troppo", mi sono ritrovato prima "incinto", poi padre, ed è l'esperienza più intensa, speciale, meravigliosa che mi sia mai capitata. Come si intuirà ho cambiato radicalmente idea e, in generale, approccio e atteggiamento nei confronti dell'essere genitori.
Intermezzo
Quando penso al tema, mi vengono spesso in mente alcune amate canzoni targate Cccp/Csi/Pgr che per me riescono a cantare qualcosa della complessità e delle controversie della vita.
"C'è stato un tempo il mondo / giovane e bello / grondante sangue, fertile"
"Noto una qual certa difficoltà nel procedere"
Spesso mi sono sorprendentemente ritrovato in queste parole scritte, oltre che cantate, nelle mete dei viaggi geografici e spirituali di GLF, nel canto alla vita che si rinnova impietosa e magnifica, nella pietà, in quell'imprescrutabile scenario in cui noi umani ci muoviamo.
La donna-uovo
Oggi penso (e soprattutto sento) quale potente e magnifica rappresentazione di realtà pulsante di vita che si ri-genera sia la donna incinta.
Oggi sento (e soprattutto penso) che le madri insoddisfatte che si lamentano di non farcela siano in molti casi il segno di una società che fatica ad aprirsi alla vita, intesa come dono, ma molto più incentrata su una concezione tanto edonistica quanto individualista del sè e del procreare.
Vero invece che è madre (e padre) non solo chi procrea biologicamente, ma anche (anzi, direi soprattutto) chi dona e nutre in generale. Questo però non toglie che vi siano delle differenze, in alcuni casi infine praticamente non rilevanti (ad esempio tra adottiva/affettiva e biologica, piuttosto che nella famiglia omosessuale o allargata). La genitorialità biologica in generale è quella della procreazione affettiva e carnale, del seme che incontra il seme, della trasformazione in uovo fisico e simbolico, nell'unità e nello sdoppiamento, nella potenza affettiva di un grembo con una vita dentro e poi di un nuovo arrivo che rigenera. E sopratutto, allargandosi anche alle forme non strettamente biologiche, nella crescita di un bambino, un essere che acquisirà caratteri, capacità, limiti e orizzonti simili ai nostri. E' in ragione di quest'ultimo punto che posso affermare che quest'esperienza sia diversa da quella sperimentata con un cucciolo di altra specie, o dall'accudimento in generale. Con questo non si legga che le relazioni con non umani non siano appaganti e arricchenti, anche nello scoprire quanto siamo simili e speciali nelle diverse forme che la vita prende. Hanno alcuni punti in comune, ma non sono analoghe.
Due splendide rappresentazioni dell'Archetipo femminile generativo.
Rita dice che "In fondo, se io non ho voluto figli, non è perché non amo abbastanza la vita, come pensano alcuni, ma proprio perché amo ed ho rispetto della vita più di tanti altri". Io la pensavo come lei al 100%, ieri, in virtù di un ragionamento che oggi reputo eccessivamente astratto e ideologico, sebbene ancora oggi comprenda l'importanza e il valore di alcuni contenuti (tra cui, a titolo di esempio, l'assoluta importanza dell'educazione sessuale e della contraccetività, il prendersi cura non solo di sè e della famiglia ma della comunità, dell'ambiente, e della rete di cui tutti facciamo parte); ma fino a un certo livello. Precisamente fino al punto individuato dall'affermazione riportata, perchè credo che un tale giudizio non sia di competenza esclusiva della sfera logico/razionale; bisognerebbe piuttosto dare ascolto al "respiro" della vita e al nostro istinto ad essere parte della danza delle creature del mondo, in completezza, in compiutezza e secondo il nostro orizzonte, con "un occhio all'immediato e uno all'infinito", perchè per giudizi più globali non abbiamo abbastanza competenze.
Detto questo, metto il punto perchè, come da premessa, questo non è un trattato generalista (e pressapochista) sul tema, ma una sorta di "reportage di punti di vista personali" (i miei).
Lascio le mie ultime elucubrazioni al gioco della tabella di cui si accennava in premessa, che ho fatto mio raccogliendo e "minando" le osservazioni di Rita, Valentina e degli altri commentatori, sperando di strappare un sorriso e di riuscire a generare scambi utili in questa piazza virtuale invero ormai piuttosto deserta.
Un grazie a Rita per lo spunto e per la pazienza con cui (lei come spero altri) mi leggerà e risponderà, perdonando alcune leggerezze, le sintesi e le semplificazioni dovute alla forma del gioco, e il tono ironico che non intende nè offendere nè sminuire aspetti di sicuro complessi, controversi e talvolta drammatici del vivere (o no) la "genitorialità".
La tabella
Motivo addotto
Vero motivo
Alternative
Non voglio proiettare me stesso sui figli, non è giusto.
Sindrome della Maga di Biancaneve. Ha paura di cosa dice lo specchio
e teme di non essere il centro del mondo.
Trattasi di dinamica naturale, base per lo sviluppo psicologico, sociale
e culturale della comunità. Bene averne consapevolezzaper saperla gestire, male rimuoverla.
Fare un figlio significa prendere una decisione per altri.
L’unica cosa che per lui/lei realmente conta è il proprio io, i cui confini
sorveglia con unghie e coltelli affilati.
Pensare a quante cose accadono senza che noi siamo interpellati e a
come ciò sia nell’ordine delle cose. Assaporare la liberazione e la sottile
gioia che deriva dall’affidarsi e dal contemplare.
Per me è una soluzione per risparmiare energia.
A tutto c’è un senso ed un limite. Siamo orientati alla giustizia,
all’etica, al rispetto. Ma di qui a non poter vivere la vita come scambio,
come susseguirsi di aspetti e piani diversi, a volte contraddittori, ma come
una sorta di adamitica colpa da impronta ecologica, ne passa.
Spegnere il computer, la radio e la tv (così si risparmia energia) e frequentare
boschi, campagne, bambini felici, zingari e viandanti. Cambiare qualche lettura (magari
ripartendo dalle fiabe, la cui potenza simbolica e archetipica è fuori
discussione).
Gli umani sono ignobili, fanno del male al Pianeta e ai suoi abitanti.
Ha un'idea piuttosto realistica dell'approccio umano all'ecosistema (“come le camolesulla farina”), perlomeno dal nostro punto di vista; ma in questo
contesto esprime paura del lato oscuro, blocco da traumi e paure a cui si
riconosce grande importanza. Presume che la
soluzione sia l’astinenza “dall’alto” e non la partecipazione critica (la
missione creativa e partecipativa, ovvero educativa) dell’esistenza e all’esistente.
Non tutto è luce. Non reprimere o nascondere le difficoltà, le
rabbie, gli istinti aggressivi. L’arma migliore per gestirli?Probabilmente l’ironia.
Più la vita perde scopo, più acquisisce senso. Non prestare troppo il
fianco agli ideali e alle missioni impossibili ma praticare scelte e umiltà.
Mi priverei di un certo tipo di carriera.
Son scelte. Non dico che un figlio sia la soluzione comoda per i supermanager che
affollano queste pagine, ma certo c’è la possibilità di trovare un minimo di
compatibilità... Basterebbe limitare lo spreco di energie per facebook (o i blog!), ad esempio.
...Epperò un po’ di ozio e contemplazione non farebbe male. Esiste un
mondo oltre l’ufficio e la città, ed è un mondo da vivere, scoprire e partecipare, che va avanti comunque anche senza di noi.
Mi priverei del piacere delle mie amicizie.
Si sente diverso ed
ha paura di deludere l’immagine -fissa- che crede gli altri abbiano di lui/lei.
Chi non ha figli fatica a capire come relazionarsi con il nuovo
assetto famigliare. Chi li ha, non ha nei primi tempi molto tempo a disposizione per le seratine come una volta.
“Per crescere bene un bambino
ci vuole tutto il villaggio”.
Un bambino apre al mondo relazioni non
incentrate esclusivamente sui propri interessi e desideri, ma riporta alla
comunità, alla condivisione (anche quella un po’ faticosa ma sana). Più
prosaicamente: avete presente i cani ai giardinetti (vedi anche punto successivo) e quanti avete
abbordato a quel modo? Moltiplicatelo per 30 e avrete un’idea della potenza
sociale di una carrozzina e dell’intrico di emozioni e relazioni che vi
aspettano al varco della genitorialità.
Mi priverei di un certo tipo di vita.
Sì, quella che ti vuole adolescente e idealista
all’infinito.
Cambiare decisamente prospettiva. Non chiamarsi fuori.
Mi priverei di un certo tipo di storia d’amore / sesso.
Per alcuni momenti, è tristemente vero. Ma poi le cose evolvono, i bambini crescono, le relazioni si rinnovano. Il
punto è sempre quello: desidero seguire il cammino delle età della vita,
dell’apertura all’altro, oppure voglio restare fermo/a a guardarmi allo
specchio?
Darci dentro prima e dopo, in ogni senso e maniera.Che altro dovrei dire?
Ecco, forse il fatto che lo scopare a tutti i costi -spesso male- sia una specie di must culturale (anche a volte controculturale) dalla chiara matrice narcisistica e consumista?
Meglio l’affido e l’adozione.
Spinoso, perché approvo in pieno l’uno e l’altra, per qualsiasi tipo
di famiglia. Ma se li si contrappone ideologicamente alla procreazione
biologica, c’è qualcosa che non mi torna. Come non volersi, ancora una volta,
sporcare le mani e mettersi in gioco fino in fondo.
Fare entrambe le cose con slancio, passione e un po’ di
consapevolezza.
Sarebbe un disoccupato.
Non si vuole fare carico dei problemi degli altri, è stanco e
demotivato.
Uhhh che pesante e menagramo! Avete presente il punto 1? Magari
(probabile, lui non è cresciuto negli anni ‘80) il pargolo sarà molto più
attivo e intraprendente di noi, non avrà problemi di lavoro né di felicità!
Tiè!
Ulteriore ed efficace alternativa? Appassionarlo all’idraulica,
all’odontotecnica, all’oreficeria di lusso o alla semplice e sana vita nei
boschi.
Le madri e i padri si lamentano in
continuazione
Ha molti amici rompicoglioni.
Ha paura di cambiare e di peggiorare la sua condizione.
I senza figli non si lamentano? La difficotà evidentemente c’è ma è controbilanciata da una serie di scoperte di amore, di
fiducia...A volte chi non ha figli questo non lo percepisce (spesso non VUOLE
percepirlo) perché sono intuizioni ed emozioni seppellite molto in fondo e molto lontane dalle sue esperienze e convinzioni. Parlo per esperienza personale.
Mettere al mondo un figlio è la risposta ad un bisogno indotto dalla società dei consumi
o da altre convenzioni culturali che ci plasmano e indirizzano al matrimonio, ai figli, eccetera.
Si è dimenticato di vivere anche lui/lei in una cultura e di rispondere a determinate convenzioni?
Crede di essere al di fuori ed al di sopra dei condizionamenti culturali sui quali proietta contraddizioni e problematicità. Quando inizierà a parlare di microchip sottocutanei che lo spingono a compiere gesti inconsulti, ricordarsi la strada per l'ospedale più vicino.
Il desiderio di diventare madre e padre è
un desiderio e una scelta composta da pulsioni,
condizionamenti della propria cultura, anche di quella "main",
situazioni particolari, incontri, inconscio, pensieri e soprattutto e auspicabilmente,
fatalità.
Facciamo tutti parte di una cultura, la differenza è la
consapevolezza, la qualità del lavoro svolto con se stessi e le scelte che ne conseguono; lascelta privativa, di astensione, non è sempre quella giusta, ed è anch'essa
una convenzione culturale, anche se si basa su prerogative (ideo)logiche,
invero altrettanto fragili, se vagliate su una griglia non materialista ma altrettanto
realista.
Anche i modelli
e le pratiche culturali alternativi o minoritari possono essere parimenti conformisti, semplicisitici e
spesso sono incentrati sulla negazione e l'autoesclusione piuttosto che sulla proazione.
Dal mio punto
di vista, si potrebbe tranquillamente ribaltare la frittata: quante amiche si
trovano in carriera (se va loro bene) a 40 anni, sole, affaticate, aggrappate
a convenzioni sociali che le vogliono sempre belle e in forma,
al lavoro, impegnate e intraprendenti... Però questo giudizio non mi
appartiene, credo che ognuna/o abbia il suo
percorso.
Trovo ricorrere alla teoria del
controllo culturale un discorso che sa di complottismo, di retropensiero persecutorio e scaricabarile.
Non sopporto insistere con la fecondazione assistita.
Pensa che sia necessario seguire la legge della natura... in questo caso.
Conosco donne
che hanno procreato con la fecondazione assistita, o tentato di farlo, e in
questo senso e senza arrivare all'assurdo dell'accanimento scientifico, non comprendo dove sia il problema se non tirando in ballo proclami generalisti.
E' colpa della religione!
Non ama che le istituzioni religiose si occupino di aspetti etico morali (soprattutto se questi hanno ricadute sulla vita di chi non si riconosce in queste religioni).
Principio sacrosanto della cultura e civiltà occidentale. Parimenti, non vedo problemi se, come per qualsiasi scuola di pensiero/filosofia, le istituzioni religiose e i teologi si esprimono, ma ciò dovrebbe riguardare la propria comunità e tenere conto che nel mondo ce ne sono altre, anche molto diverse.
Detto ciò, fortunametamente, è possibile segnalare l'esistenza di persone religiose e/o "spirituali"
(scusate la semplificaizone da bancarella) che vivono in modo critico e non banale questa dimensione.
Preferisco i cani e i gatti.
Ama molto i cani e i gatti (e come dargli/le torto!).
Come per affido e adozione, uno non sostituisce
l’altro. Rapporti intensi e completi, ma con prospettive molto diverse.
I
figli crescono continuamente e diventano “adulti” umani come noi, e il tutto
diventa molto diverso dal vivere con un pet.
I cani e i gatti sono sicuramente più comodi di un bambino, sono compatibili con l'individualismo sfrenato, non ti
mandano affanculo per niente, è facile ottenere attenzione e soddisfazione, non ti mettono
in discussionecontinuamente...
Unire le cose è una delle esperienze più belle e liberatorie che possano
capitare nella vita. Come il cibo e la figa.
Le donne incinta sono orribili!
Pensa che le donne incinte siano brutte
De gustibus.
Personalmente trovo spaventoso che alcune donne incinte tengano più alla linea che al benessere di chi portano in grembo, ma per fortuna spesso trattasi di un "male" passeggere.
Ho paura di non essere all’altezza.
Si rende conto di non avere conoscenze adeguate e di sentirsi emotivamente impreparato.
E’
naturale pensarlo, oggigiorno. Un tempo c’era la
famiglia allargata. Il quotidiano della gestante e della puerpera era fatto
di condivisione con diverse figure (madri, zie, sorelle, nonne, vicine di
casa). Di solito l’esperienza dell’attesa e della crescita di un figlio era
conosciuta perché già vissuta da vicino grazie a sorelle o chi per esse. Oggi
ci sono i monolocali, i corsi, i consultori, gli ospedali, (non)luoghi fisico/emotivi che rischiano (ma per fortuna non sempre) di essere
asettici, senza storia, “anaffettivi”. E c’è un confronto con una generazione, quella che
ha avuto figli negli anni 70-80, che ci ha cresciuti con poca attenzione su alcuni aspetti importanti, come l’allattamento al seno, i ritmi naturali dei pasti, per non parlare del
triste concetto del “non viziare i bambini” da un lato e di non “opprimerli”
dall’altro.
In questa direzione l'alternativa è uno stimolo a mettersi in gioco, a confrontarsi, a scoprirsi
capaci di nuove energie, percorsi, idee. A rinsaldare alcune nostre competenze
(anche emotive) e a gettarne alle ortiche altre.
Io papà???
Non crede sia concepibile, possibile o auspicabile essere un padre.
Per
la paternità vale lo stesso discorso. Con chi condividere? In quali spazi
tirare fuori le emozioni, le gioie, le paure? Al bar?
I
ruoli un tempo “spalmati” su diverse figure (madri, nonne, zii, fratelli,
vicine ecc) oggi si concentrano nella figura del padre. Un grosso carico:
compagno, padre, amico, fratello, consigliere, esperto…
Maschile
e femminile sono mischiati. Gli uomini oggi fanno fatica a scoprire il proprio
lato mascolino e integrarlo con il ruolo paterno. Il lato femminile, invece, rischia
di confondersi con quello infantile o con quello della madre ansiosa e iperavvolgente.
Che fare, allora?
Innanzitutto,
riconoscere e diffidare dei “wonder” padri (e delle temibilissime wonder
madri). Quelli che ai corsi pre-parto dicono che faranno tutto loro in casa,
da soli e che tutto è bellissimo e non ci sono paure. Occhio! Poi li ho visti alle prese con
bambini che non riuscivano a “contenere” nella loro visione del mondo tutta
bianca o tutta nera.
Parallelamente è utile individuare e coltivare
altri percorsi e modelli, lavorare con se stessi, con umiltà, senza mai rinunciare alla
propria spontaneità, all’amore, all’intuizione.
L’infanzia è un business! E io non ce l’ho, il business! Per
non parlare poi dei giochi sterotipati! Che schifezza, che obbrobrio!
Quante cagate che vendono! E dove li trovo io i soldi?!?
Negli articoli per la prima infanzia vi è una concentrazione di prodotti inutili stomachevole. Il marketing punta sull'ansia e la paura dei genitori impreparati e soli.
Ma "ogni bambino ha il suo pacchettino", come recitano molti proverbi tradizionali; è tutto più semplice e naturale
di quanto uno possa credere-
Vero che vi siano stereotipi di genere sui giochi. Ma,
in generale, parecchio meno che anni fa, Anche qui, accettare la sfida e giocare insieme ai bambini aiuta a crescere insieme.
Ho paura che il mio/la mia partner non si all’altezza.
Non ha fiducia nel partner e/o proietta su di esso/a le sue paure.
Imparare ad avere fiducia. O, se del caso, cambiare partner.
Non mi piacciono i bambini.
Non gli piacciono i bambini.
Mah, effettivamente aspetterei un po’ prima di procreare.
Non mi piacciono i bambini viziati.
I bambini viziati sono antipatici e rompono le palle, su questo non-ci-piove!
Se non ci fossero le frustrazioni bisognerebbe inventarle.
Ricordarsi che ciò che non ammazza rafforza e che il nostro principino sarebbe
bello e utile vivesse bene con gli altri (e non sugli
altri).
E’ vero anche che molti genitori confondono libertà con permissivismo, viziandoli
senza responsabilizzarli. Anche in questo caso paghiamo il conto al "tutto posso" e al "se mi piace lo faccio" imperante nella
cultura occidentale dal dopoguerra in poi.
Alternativa? Accettare la sfida pedagogica, crescere bene se stessi, i
figli, e anche la comunità.
Ehhh, poi non potrei raggiungere i miei obbiettivi.
Narcisismo spietato.
Disequilbrio. Spostare il baricentro. Un figlio mette in discussione radicalmente e senza possibilità di controllo o revisione della propria scelta; è questo che spaventa maggiormente le persone che potrebbero diventare genitori?
...Però ho paura per quando sarò vecchio e solo.
Ha paura della solitudine.
Lo so che non hai chiesto tu di nascere, e nessuno ha obbligato i
tuoi a concepirti, nutrirti, ecc ecc. Però pensa che se non ci fossero stati
avi e genitori, col cazzo che eri qui a leggere il mio blog e a dire che non ho capito una benamata del discorso figli e genitori, col cazzo che
potevi sentire l’odore del bosco dopo la pioggia, osservare Venere al tramonto, sorseggiare una
birra, sentire l’acqua scorrere sul corpo, stupirsi di un seme che sboccia o delle fusa di un gatto, ballare, abbracciare chi ami, adorare una risata di bambino, le lasagne, la pizza, le gonne corte.
E dopo questa infilata di pensieri (condita con qualche minchiata) da prendere sempre con le pinze, voglio
chiudere riportando due commenti al post di Rita che personalmente condivido, proprio
perché penso sia importante da un lato sparigliare dall'altro evidenziare un terreno comune.
Ad esempio Erika
T dice che "Il punto è la
continua spinta culturale all'eterosessualità procreativa, deve essere ben
chiaro a tutti che non è obbligatorio né essere etero né procreare." E
aggiunge: "Detto questo, io non ho l' utero ma avrei voluto tanto avere dei
figli ma da donna."
Sara:"Io
non ho figli, non so come sarebbe stata la mia vita se li avessi avuti, ma
credo che sia comunque una grande gioia. Altro è il discorso di una società che
inneggia alla maternità, salvo poi lasciare sulla donna l'onere maggiore e
quindi per talune anche il sacrificio delle proprie aspettative, delle proprie
ambizioni. Non mi piace la santificazione della rinuncia! Una donna incinta mi
emoziona tantissimo, forse proprio perché io non ho provato quest'esperienza
che sarà naturale quanto vuoi, ma a me sembra sempre un miracolo bellissimo. E'
la Vita che continua oltre noi."
Insomma, come dicevo su, sono per accettare la sfida pedagogica,
crescere bene se stessi, i figli, e anche la comunità. Fin dove possibile, e con passione.