domenica 6 luglio 2014

Niente d'eclatante a parte l'esistere, e il procreare



“Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.”

Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi



Oggi pubbico un post stimolato da quello scritto ormai parecchio tempo fa da un'amica di blog, Rita (Biancaneve) del blog Il Dolce Domani.

Premessa 
Non sono animato da intenti polemici, piuttosto credo che blog&co, oltre ad essere dei succhia-tempo, come dicono i linguisti islandesi traducendo nell'idioma nazionale questo genere di termini, acquisiscono senso e utilità se utilizzati per scambiarsi idee, argomenti, soprattutto quando sono diversi, affinchè sia possibile uno scambio, una sintesi e spunti anche per chi un giorno potrebbe ri-passare.

Va in questa direzione l'assunzione delle parole di Rita per "quelle che sono", vale a dire un post con diverse componenti personali, sul suo blog personale, e non certo trattati e proclami. Questo si evince anche dal garbo e l'intelligenza con cui lei gestisce i commenti. E lo stesso valga per me e questo spazio ormai piuttosto spopolato.

Di padre in figlio
Tornando all'oggetto della mia, Rita scrive della cultura "mainstream" che presuppone e inculca obbligo generativo per le donne, nonchè delle sue scelte in merito, portando motivazioni e riflessioni di ordine generale e adducendo esperienze personali. 

Molti suoi lettori e lettrici partecipano appoggiando (chi più, chi meno) il suo punto vista, sottoscritto compreso, pur se con non pochi "ma".

Tra i commenti mi incuriosisce quello di Vale Riccione, che rimanda a una pagina di un suo blog, questa, per una tabella che ironicamente riassume e sarcasticamente apostrofa i comandamenti procreativi. Leggetela, ne riparleremo dopo.

Anche io, come Rita, parlerò della mia esperienza personale cercando, dove possibile, di renderla condivisibile.

Fino a circa i 30 anni la pensavo esattamente come lei. Io e i figli? Zero. Il mondo non mi sembrava un buon posto per una nuova vita.


Lentamente e con fatica sono cambiate una serie di circostanze nella mia vita personale e a un certo punto, senza pensare di volerlo o meno, le cose hanno portato (l'espressione non è casuale) a non controllare gli aspetti più controversi, aggrovigliati, del nostro vivere, pur mantenendo -nutrendo- la consapevolezza degli stessi. Diciamo che dopo un doloroso, gioioso e molto denso percorso di rielaborazioni ed esperienze, ho "imparato" a vivere non solo confrontandomi, sperimentando, scrivendo, eccetera, ma lasciando germinare senza dover obbligatoriamente capire e contenere.

Imparare a stare e a coltivare quanto basta per riportare le ambizioni nella misura del possibile; un possibile che non sta "nella" mia volontà, ma nelle infinite, terribili e incantevoli "variazioni sul tema"; sia quelle che si manifestano con evidenza, sia -soprattutto- quelle che restano invisibili agli occhi.

Ecco che, "senza pensarci troppo", mi sono ritrovato prima "incinto", poi padre, ed è l'esperienza più intensa, speciale, meravigliosa che mi sia mai capitata. Come si intuirà ho cambiato radicalmente idea e, in generale, approccio e atteggiamento nei confronti dell'essere genitori.

Intermezzo
Quando penso al tema, mi vengono spesso in mente alcune amate canzoni targate Cccp/Csi/Pgr che per me riescono a cantare qualcosa della complessità e delle controversie della vita.


"C'è stato un tempo il mondo / giovane e bello / grondante sangue, fertile"



"Noto una qual certa difficoltà nel procedere"

Spesso mi sono sorprendentemente ritrovato in queste parole scritte, oltre che cantate, nelle mete dei viaggi geografici e spirituali di GLF, nel canto alla vita che si rinnova impietosa e magnifica, nella pietà, in quell'imprescrutabile scenario in cui noi umani ci muoviamo.

La donna-uovo
Oggi penso (e soprattutto sento) quale potente e magnifica rappresentazione di realtà pulsante di vita che si ri-genera sia la donna incinta.

Oggi sento (e soprattutto penso) che le madri insoddisfatte che si lamentano di non farcela siano in molti casi il segno di una società che fatica ad aprirsi alla vita, intesa come dono, ma molto più incentrata su una concezione tanto edonistica quanto individualista del sè e del procreare.

Vero invece che è madre (e padre) non solo chi procrea biologicamente, ma anche (anzi, direi soprattutto) chi dona e nutre in generale. Questo però non toglie che vi siano delle differenze, in alcuni casi infine praticamente non rilevanti (ad esempio tra adottiva/affettiva e biologica, piuttosto che nella famiglia omosessuale o allargata). La genitorialità biologica in generale è quella della procreazione affettiva e carnale, del seme che incontra il seme, della trasformazione in uovo fisico e simbolico, nell'unità e nello sdoppiamento, nella potenza affettiva di un grembo con una vita dentro e poi di un nuovo arrivo che rigenera. E sopratutto, allargandosi anche alle forme non strettamente biologiche, nella crescita di un bambino, un essere che acquisirà caratteri, capacità, limiti e orizzonti simili ai nostri. E' in ragione di quest'ultimo punto che posso affermare che quest'esperienza sia diversa da quella sperimentata con un cucciolo di altra specie, o dall'accudimento in generale. Con questo non si legga che le relazioni con non umani non siano appaganti e arricchenti, anche nello scoprire quanto siamo simili e speciali nelle diverse forme che la vita prende. Hanno alcuni punti in comune, ma non sono analoghe.


 Due splendide rappresentazioni dell'Archetipo femminile generativo. 

Rita dice che "In fondo, se io non ho voluto figli, non è perché non amo abbastanza la vita, come pensano alcuni, ma proprio perché amo ed ho rispetto della vita più di tanti altri". Io la pensavo come lei al 100%, ieri, in virtù di un ragionamento che oggi reputo eccessivamente astratto e ideologico, sebbene ancora oggi comprenda l'importanza e il valore di alcuni contenuti (tra cui, a titolo di esempio, l'assoluta importanza dell'educazione sessuale e della contraccetività, il prendersi cura non solo di sè e della famiglia ma della comunità, dell'ambiente, e della rete di cui tutti facciamo parte); ma fino a un certo livello. Precisamente fino al punto individuato dall'affermazione riportata, perchè credo che un tale giudizio non sia di competenza esclusiva della sfera logico/razionale; bisognerebbe piuttosto dare ascolto al "respiro" della vita e al nostro istinto ad essere parte della danza delle creature del mondo, in completezza, in compiutezza e secondo il nostro orizzonte, con "un occhio all'immediato e uno all'infinito", perchè per giudizi più globali non abbiamo abbastanza competenze.

Detto questo, metto il punto perchè, come da premessa, questo non è un trattato generalista (e pressapochista) sul tema, ma una sorta di "reportage di punti di vista personali" (i miei).

Lascio le mie ultime elucubrazioni al gioco della tabella di cui si accennava in premessa, che ho fatto mio raccogliendo e "minando" le osservazioni di Rita, Valentina e degli altri commentatori, sperando di strappare un sorriso e di riuscire a generare scambi utili in questa piazza virtuale invero ormai piuttosto deserta.

Un grazie a Rita per lo spunto e per la pazienza con cui (lei come spero altri) mi leggerà e risponderà, perdonando alcune leggerezze, le sintesi e le semplificazioni dovute alla forma del gioco, e il tono ironico che non intende nè offendere nè sminuire aspetti di sicuro complessi, controversi e talvolta drammatici del vivere (o no) la "genitorialità".

La tabella

Motivo addotto
Vero motivo
Alternative
Non voglio proiettare me stesso sui figli, non è giusto.
Sindrome della Maga di Biancaneve. Ha paura di cosa dice lo specchio e teme di non essere il centro del mondo.
Trattasi di dinamica naturale, base per lo sviluppo psicologico, sociale e culturale della comunità. Bene averne consapevolezza per saperla gestire, male rimuoverla. 

Fare un figlio significa prendere una decisione per altri.
L’unica cosa che per lui/lei realmente conta è il proprio io, i cui confini sorveglia con unghie e coltelli affilati.
Pensare a quante cose accadono senza che noi siamo interpellati e a come ciò sia nell’ordine delle cose. Assaporare la liberazione e la sottile gioia che deriva dall’affidarsi e dal contemplare.

Per me è una soluzione per risparmiare energia.
A tutto c’è un senso ed un limite. Siamo orientati alla giustizia, all’etica, al rispetto. Ma di qui a non poter vivere la vita come scambio, come susseguirsi di aspetti e piani diversi, a volte contraddittori, ma come una sorta di adamitica colpa da impronta ecologica, ne passa.

Spegnere il computer, la radio e la tv (così si risparmia energia) e frequentare boschi, campagne, bambini felici, zingari e viandanti. Cambiare qualche lettura (magari ripartendo dalle fiabe, la cui potenza simbolica e archetipica è fuori discussione).


Gli umani sono ignobili, fanno del male al Pianeta e ai suoi abitanti.
Ha un'idea piuttosto realistica dell'approccio umano all'ecosistema (“come le camole sulla farina”), perlomeno dal nostro punto di vista; ma in questo contesto esprime paura del lato oscuro, blocco da traumi e paure a cui si riconosce grande importanza. Presume che la soluzione sia l’astinenza “dall’alto” e non la partecipazione critica (la missione creativa e partecipativa, ovvero educativa) dell’esistenza e all’esistente.

Non tutto è luce. Non reprimere o nascondere le difficoltà, le rabbie, gli istinti aggressivi. L’arma migliore per gestirli? Probabilmente l’ironia. 

Più la vita perde scopo, più acquisisce senso. Non prestare troppo il fianco agli ideali e alle missioni impossibili ma praticare scelte e umiltà.


Mi priverei di un certo tipo di carriera.
Son scelte. Non dico che un figlio sia la soluzione comoda per i supermanager che affollano queste pagine, ma certo c’è la possibilità di trovare un minimo di compatibilità... Basterebbe limitare lo spreco di energie per facebook (o i blog!), ad esempio.

...Epperò un po’ di ozio e contemplazione non farebbe male. Esiste un mondo oltre l’ufficio e la città, ed è un mondo da vivere, scoprire e partecipare, che va avanti comunque anche senza di noi.

Mi priverei del piacere delle mie amicizie.
Si sente diverso ed ha paura di deludere l’immagine -fissa- che crede gli altri abbiano di lui/lei. 

Chi non ha figli fatica a capire come relazionarsi con il nuovo assetto famigliare. Chi li ha, non ha nei primi tempi molto tempo a disposizione per le seratine come una volta.
“Per crescere bene un bambino ci vuole tutto il villaggio”.

Un bambino apre al mondo relazioni non incentrate esclusivamente sui propri interessi e desideri, ma riporta alla comunità, alla condivisione (anche quella un po’ faticosa ma sana). Più prosaicamente: avete presente i cani ai giardinetti  (vedi anche punto successivo) e quanti avete abbordato a quel modo? Moltiplicatelo per 30 e avrete un’idea della potenza sociale di una carrozzina e dell’intrico di emozioni e relazioni che vi aspettano al varco della genitorialità.

Mi priverei di un certo tipo di vita.
Sì, quella che ti vuole adolescente e idealista all’infinito.

Cambiare decisamente prospettiva. Non chiamarsi fuori.

Mi priverei di un certo tipo di storia d’amore / sesso.
Per alcuni momenti, è tristemente vero. Ma poi le cose evolvono, i bambini crescono, le relazioni si rinnovano. Il punto è sempre quello: desidero seguire il cammino delle età della vita, dell’apertura all’altro, oppure voglio restare fermo/a a guardarmi allo specchio?

Darci dentro prima e dopo, in ogni senso e maniera. Che altro dovrei dire?
Ecco, forse il fatto che lo scopare a tutti i costi -spesso male- sia una specie di must culturale (anche a volte controculturale) dalla chiara matrice narcisistica e consumista?

Meglio l’affido e l’adozione.
Spinoso, perché approvo in pieno l’uno e l’altra, per qualsiasi tipo di famiglia. Ma se li si contrappone ideologicamente alla procreazione biologica, c’è qualcosa che non mi torna. Come non volersi, ancora una volta, sporcare le mani e mettersi in gioco fino in fondo.

Fare entrambe le cose con slancio, passione e un po’ di consapevolezza.
Sarebbe un disoccupato.
Non si vuole fare carico dei problemi degli altri, è stanco e demotivato.

Uhhh che pesante e menagramo! Avete presente il punto 1? Magari (probabile, lui non è cresciuto negli anni ‘80) il pargolo sarà molto più attivo e intraprendente di noi, non avrà problemi di lavoro né di felicità! Tiè!

Ulteriore ed efficace alternativa? Appassionarlo all’idraulica, all’odontotecnica, all’oreficeria di lusso o alla semplice e sana vita nei boschi.

Le madri e i padri si lamentano in continuazione
Ha molti amici rompicoglioni. 

Ha paura di cambiare e di peggiorare la sua condizione.
I senza figli non si lamentano? La difficotà evidentemente c’è ma è controbilanciata da una serie di scoperte di amore, di fiducia...A volte chi non ha figli questo non lo percepisce (spesso non VUOLE percepirlo) perché sono intuizioni ed emozioni seppellite molto in fondo e molto lontane dalle sue esperienze e convinzioni. Parlo per esperienza personale.

Mettere al mondo un figlio è la risposta ad un bisogno indotto dalla società dei consumi o da altre convenzioni culturali che ci plasmano e indirizzano al matrimonio, ai figli, eccetera.
Si è dimenticato di vivere anche lui/lei in una cultura e di rispondere a determinate convenzioni?

Crede di essere al di fuori ed al di sopra dei condizionamenti culturali sui quali proietta contraddizioni e problematicità. Quando inizierà a parlare di microchip sottocutanei che lo spingono a compiere gesti inconsulti, ricordarsi la strada per l'ospedale più vicino.




Il desiderio di diventare madre e padre è un desiderio e una scelta composta da pulsioni, condizionamenti della propria cultura, anche di quella "main", situazioni particolari, incontri, inconscio, pensieri e soprattutto e auspicabilmente, fatalità.

Facciamo tutti parte di una cultura, la differenza è la consapevolezza, la qualità del lavoro svolto con se stessi e le scelte che ne conseguono; la scelta privativa, di astensione, non è sempre quella giusta, ed è anch'essa una convenzione culturale, anche se si basa su prerogative (ideo)logiche, invero altrettanto fragili, se vagliate su una griglia non materialista ma altrettanto realista.

Anche i modelli e le pratiche culturali alternativi o minoritari possono essere parimenti conformisti, semplicisitici e spesso sono incentrati sulla negazione e l'autoesclusione piuttosto che sulla proazione.

Dal mio punto di vista, si potrebbe tranquillamente ribaltare la frittata: quante amiche si trovano in carriera (se va loro bene) a 40 anni, sole, affaticate, aggrappate a convenzioni sociali che le vogliono sempre belle e in forma, al lavoro, impegnate e intraprendenti... Però questo giudizio non mi appartiene, credo che ognuna/o abbia il suo percorso. 

Trovo ricorrere alla teoria del controllo culturale un discorso che sa di complottismo, di retropensiero persecutorio e scaricabarile. 
 
Non sopporto insistere con la fecondazione assistita.

Pensa che sia necessario seguire la legge della natura... in questo caso.


Conosco donne che hanno procreato con la fecondazione assistita, o tentato di farlo, e in questo senso e senza arrivare all'assurdo dell'accanimento scientifico, non comprendo  dove sia il problema se non tirando in ballo proclami generalisti.

E' colpa della religione!


Non ama che le istituzioni religiose si occupino di aspetti etico morali (soprattutto se questi hanno ricadute sulla vita di chi non si riconosce in queste religioni). 


Principio sacrosanto della cultura e civiltà occidentale. Parimenti, non vedo problemi se, come per qualsiasi scuola di pensiero/filosofia, le istituzioni religiose e i teologi si esprimono, ma ciò dovrebbe riguardare la propria comunità e tenere conto che nel mondo ce ne sono altre, anche molto diverse.

Detto ciò, fortunametamente, è possibile segnalare l'esistenza di persone religiose e/o "spirituali" (scusate la semplificaizone da bancarella) che vivono in modo critico e non banale questa dimensione. 


Preferisco i cani e i gatti.
Ama molto i cani e i gatti (e come dargli/le torto!).

Come per affido e adozione, uno non sostituisce l’altro. Rapporti intensi e completi, ma con prospettive molto diverse. 

I figli crescono continuamente e diventano “adulti” umani come noi, e il tutto diventa molto diverso dal vivere con un pet.
I cani e i gatti sono sicuramente più comodi di un bambino, sono compatibili con l'individualismo sfrenato, non ti mandano affanculo per niente, è facile ottenere attenzione e soddisfazione, non ti mettono in discussione continuamente...

Unire le cose è una delle esperienze più belle e liberatorie che possano capitare nella vita. Come il cibo e la figa.

Le donne incinta sono orribili!

Pensa che le donne incinte siano brutte
De gustibus. 
Personalmente trovo spaventoso che alcune donne incinte tengano più alla linea che al benessere di chi portano in grembo, ma per fortuna spesso trattasi di un "male" passeggere.
Ho paura di non essere all’altezza.
Si rende conto di non avere conoscenze adeguate e di sentirsi emotivamente impreparato. 
E’ naturale pensarlo, oggigiorno. Un tempo c’era la famiglia allargata. Il quotidiano della gestante e della puerpera era fatto di condivisione con diverse figure (madri, zie, sorelle, nonne, vicine di casa). Di solito l’esperienza dell’attesa e della crescita di un figlio era conosciuta perché già vissuta da vicino grazie a sorelle o chi per esse. Oggi ci sono i monolocali, i corsi, i consultori, gli ospedali, (non)luoghi fisico/emotivi che rischiano (ma per fortuna non sempre) di essere asettici, senza storia, “anaffettivi”. E c’è un confronto con una generazione, quella che ha avuto figli negli anni 70-80, che ci ha cresciuti con poca attenzione su alcuni aspetti importanti, come l’allattamento al seno, i ritmi naturali dei pasti, per non parlare del triste concetto del “non viziare i bambini” da un lato e di non “opprimerli” dall’altro.

In questa direzione l'alternativa è uno stimolo a mettersi in gioco, a confrontarsi, a scoprirsi capaci di nuove energie, percorsi, idee. A rinsaldare alcune nostre competenze (anche emotive) e a gettarne alle ortiche altre.

Io papà???
Non crede sia concepibile, possibile o auspicabile essere un padre.

Per la paternità vale lo stesso discorso. Con chi condividere? In quali spazi tirare fuori le emozioni, le gioie, le paure? Al bar?

I ruoli un tempo “spalmati” su diverse figure (madri, nonne, zii, fratelli, vicine ecc) oggi si concentrano nella figura del padre. Un grosso carico: compagno, padre, amico, fratello, consigliere, esperto…

Maschile e femminile sono mischiati. Gli uomini oggi fanno fatica a scoprire il proprio lato mascolino e integrarlo con il ruolo paterno. Il lato femminile, invece, rischia di confondersi con quello infantile o con quello della madre ansiosa e iperavvolgente.


Che fare, allora? 


Innanzitutto, riconoscere e diffidare dei “wonder” padri (e delle temibilissime wonder madri). Quelli che ai corsi pre-parto dicono che faranno tutto loro in casa, da soli e che tutto è bellissimo e non ci sono paure. Occhio! Poi li ho visti alle prese con bambini che non riuscivano a “contenere” nella loro visione del mondo tutta bianca o tutta nera. 

Parallelamente è utile individuare e coltivare altri percorsi e modelli, lavorare con se stessi, con umiltà, senza mai rinunciare alla propria spontaneità, all’amore, all’intuizione.


L’infanzia è un business! E io non ce l’ho, il business! Per non parlare poi dei giochi sterotipati! Che schifezza, che obbrobrio!
Quante cagate che vendono! E dove li trovo io i soldi?!?




Negli articoli per la prima infanzia vi è una concentrazione di prodotti inutili stomachevole. Il marketing punta sull'ansia e la paura dei genitori impreparati e soli.

Ma "ogni bambino ha il suo pacchettino", come recitano molti proverbi tradizionali; è tutto più semplice e naturale di quanto uno possa credere-

Vero che vi siano stereotipi di genere sui giochi. Ma, in generale, parecchio meno che anni fa, Anche qui, accettare la sfida e giocare insieme ai bambini aiuta a crescere insieme.

Ho paura che il mio/la mia partner non si all’altezza.
Non ha fiducia nel partner e/o proietta su di esso/a le sue paure.

Imparare ad avere fiducia. O, se del caso, cambiare partner.
Non mi piacciono i bambini.
Non gli piacciono i bambini.


Mah, effettivamente aspetterei un po’ prima di procreare.

Non mi piacciono i bambini viziati.
I bambini viziati sono antipatici e rompono le palle, su questo non-ci-piove!

Se non ci fossero le frustrazioni bisognerebbe inventarle. Ricordarsi che ciò che non ammazza rafforza e che il nostro principino sarebbe bello e utile vivesse bene con gli altri (e non sugli altri).

E’ vero anche che molti genitori confondono libertà con permissivismo, viziandoli senza responsabilizzarli. Anche in questo caso paghiamo il conto al "tutto posso" e al "se mi piace lo faccio" imperante nella cultura occidentale dal dopoguerra in poi.

Alternativa? Accettare la sfida pedagogica, crescere bene se stessi, i figli, e anche la comunità.

Ehhh, poi non potrei raggiungere i miei obbiettivi.

Narcisismo spietato.
Disequilbrio. Spostare il baricentro. Un figlio mette in discussione radicalmente e senza possibilità di controllo o revisione della propria scelta; è questo che spaventa maggiormente le persone che potrebbero diventare genitori?

...Però ho paura per quando sarò vecchio e solo.
Ha paura della solitudine.
Lo so che non hai chiesto tu di nascere, e nessuno ha obbligato i tuoi a concepirti, nutrirti, ecc ecc. Però pensa che se non ci fossero stati avi e genitori, col cazzo che eri qui a leggere il mio blog e a dire che non ho capito una benamata del discorso figli e genitori, col cazzo che potevi sentire l’odore del bosco dopo la pioggia, osservare Venere al tramonto, sorseggiare una birra, sentire l’acqua scorrere sul corpo, stupirsi di un seme che sboccia o delle fusa di un gatto, ballare, abbracciare chi ami, adorare una risata di bambino, le lasagne, la pizza, le gonne corte.







E dopo questa infilata di pensieri (condita con qualche minchiata) da prendere sempre con le pinze, voglio chiudere riportando due commenti al post di Rita che personalmente condivido, proprio perché penso sia importante da un lato sparigliare dall'altro evidenziare un terreno comune.

Ad esempio Erika T dice che "Il punto è la continua spinta culturale all'eterosessualità procreativa, deve essere ben chiaro a tutti che non è obbligatorio né essere etero né procreare." E  aggiunge: "Detto questo, io non ho l' utero ma avrei voluto tanto avere dei figli ma da donna."

Sara: "Io non ho figli, non so come sarebbe stata la mia vita se li avessi avuti, ma credo che sia comunque una grande gioia. Altro è il discorso di una società che inneggia alla maternità, salvo poi lasciare sulla donna l'onere maggiore e quindi per talune anche il sacrificio delle proprie aspettative, delle proprie ambizioni. Non mi piace la santificazione della rinuncia! Una donna incinta mi emoziona tantissimo, forse proprio perché io non ho provato quest'esperienza che sarà naturale quanto vuoi, ma a me sembra sempre un miracolo bellissimo. E' la Vita che continua oltre noi." 

Insomma, come dicevo su, sono per accettare la sfida pedagogica, crescere bene se stessi, i figli, e anche la comunità. Fin dove possibile, e con passione.





venerdì 6 giugno 2014

Sono un coglione. O come dice Bracardi....


Quando tutto si metteva male, era dolce trovare una tale via d'uscita.
E canzoni come queste stanno lì, ad aspettarti quando hai bisogno di loro. E se poi le trovi pure in cinque versioni diverse curate dagli Elii, le ascolti a ripetizione e all'ossessione, con quel liberatorio, autoassolutorio e dissacrante incipit...

Chi non mi conosce dal vivo forse non lo sa, o non se n'è accorto, pensa io sia uno serio, profondo, rispettabile...Ma de che?!? Appena scrosti la superficie, io, di base, sono un grandissimo cazzone, un coglionazzo, un deficiente totale e diplomato. Anzi, per essere più preciso....


....IO SO' NO....STRONZO TESTA DE CAZZO, O-O-O-OOOO O-O-O-OOO....





W la vita!

mercoledì 28 maggio 2014

#vincetemai (...o perlomeno uno ci spera)

Le ultime elezioni hanno portato ad alcuni risultati insperati e quindi particolarmente apprezzati.

Per quanto riguarda l'Italia, il temuto passo in avanti elettorale del movimento-azienda di Grillo e Casaleggio non si è verificato, e anche Berlusconi non è messo molto bene (anche se comunque non gli è andata malissimo, considerata la situazione personale e politica sua e degli "scagnozzi").

Forse a Grillo e soci stanno scoppiando in faccia non solo le urla sconsiderate, le dietrologie, le epurazioni, il primitivismo storico, i cappi sventolati dappertutto, ma molte delle contraddizioni politiche e culturali che questa esperienza politica nata e condotta in seno a internet sta via via manifestando. Tanto per citare l'ultima, l'apparizione gaudente del comico nel programma televisivo di Vespa, atto fino a poco tempo fa causa di espulsione di almeno una rappresentante in vista del partito di Grillo, con le solite modalità da gogna sessista e paracula.

Dall'altro lato, l'exploit di consensi del PD è dovuto principalmente al suo leader, alle sue promesse, alle sue capacità di politico dello spettacolo che non lesina misure anch'esse populiste. Resta però il fatto non da poco che il PD sia un partito con chiare regole democratiche di partecipazione, uno statuto votato e sottoscritto dagli associati, strumenti di controllo seri e pluripartecipativi, correnti di pensiero diverse al suo interno, ecc.

Per me, che non voto PD per via di una visione politica che giudico conservatrice, è comunque positivo che in questo momento storico, in Italia, si assista al lento declino del berlusconismo e al contenimento del populismo criptofascista del movimento di Grillo in favore di una crescita di un partito che non ha (per storia e realtà dei fatti) e si presume non assumerà, nel prossimo futuro, strutture e metodi politici smaccatamente antidemocratici, gravi collusioni con la criminalità organizzata e finanzaria o posizioni politiche di estrema destra.

Ancora più nel dettaglio, guardo con sollievo anche i risultati (esigui ma significativi) di NCD e dei “civatiani”, mentre al contrario mi fa specie il discreto successo della Lega di Salvini, personaggio che ha fatto della xenofobia la sua bandiera (in contrapposizione con il M5S si potrebbe parlare in questo caso di fascismo "più che consapevole").

In effetti, i primi colloqui europei post-elettorali dei due leader (uno non eletto ma comunque proprietario, oltre che portavoce) dei movimenti sopracitati farebbero intendere che l'asse populista di destra sia diviso a metà (per nostra fortuna) anche in Europa.

Comunque, divise o no, i successi delle realtà populiste e neo, post o criptofasciste in Europa è un segno della difficoltà a gestire il reale anche e soprattutto a causa delle "narrazioni tossiche" che vedrebbero sempre nell'altro e nella condivisione di regole e sovranità il nemico da abbattare da un lato, nel complottismo e nel disinteresse l'altra faccia della medaglia, quella che dà origine non solo all'astensionismo elettorale di massa, ma anche all'incapacità di collaborare o contribuire per la comunità eterogenea (quella reale) nella quale viviamo le nostre esistenze.

Perlomeno finchè esisterà uno straccio di sicurezza sociale, queste ultime due posizioni potranno comodamente essere perseguite. La radicalizzazione non virtuale delle conflittualità sociali dell'attualità potrebbero invece non consentire più il "tirarsi fuori" sia a livello di (pseudo)lettura storica dello scenario socio-politico in chiave complottista, sia a livello di rifugio nelle comunità ideali-intenzionali, nel disinteresse consumistico, nelle sterili (a tutti i livelli) sindromi di Peter Pan.

Quando a bruciare non sono (non saranno?) solo le baracche degli stranieri, ma fuoco e violenza pervadono (pervaderanno?) strade, televisioni, giornali, lo spazio politico umano si assottiglia anche nelle forme di rifiuto del potere. Quello che succede in Ucraina è lì a raccontarcelo, insieme agli esodi inarrestabili di migranti (a tal proposito leggi qui) e a tutti gli altri cupi scenari europei e mondiali con cui facilmente si perde contatto, nonostante questi siano legati a doppio filo con noi, anzi, siano noi.

Il dissenso costruttivo credo possa realizzarsi a sinistra, ed è per questo che il mio voto politico è andato alla lista legata a Tsipras, che ha fatto molto bene in Grecia e raggiunto l'obiettivo prefissato in Italia (con la soddisfazione, come diceva un amico, di poter votare una giovane Rom, purtroppo non eletta, altrimenti sarebbe piaciuto vederla al fianco dei simpaticoni di Jobbik o di Alba Dorata).

Certo non mi aspetto oggi che la sinistra possa governare da sola, ma credo in un concreto rilancio delle sue politiche, nella forza della sua proposta culturale, nel valore delle sue istanze sociali di inclusione e progresso dal basso e per il basso.

Penso che si possa fare comunità e che faccia bene a ciascuno di noi, penso si debbano aprire sempre più spazi di confronto, partecipazione e cittadinanza per tutti e soprattutto per gli ultimi; penso che una società sana abbia bisogno di scuole, tradizioni, cultura, socialità, natura, arte, libertà personali, giusti salari e possa invece fare a meno di eccessi, consumismo, protezionismo, carceri, proibizionismo, libertà finanziarie, asfalto, competitività sociale, sfruttamento umano, animale e territoriale.

Continua...

PS 1 Ecco un link per parlare di e da sinistra leggendo un gran bel romanzo storico e avventuroso. Senza dimenticare l'importante libro dell'amico Giuseppe Catozzella, di cui trovate notizia nel precedente mio post su questo blog.

PS 2 Vero che hanno usato lo stesso spezzone per mille altre cose, vero che ho già detto quello che ptoevo dire, però a me me piace e lo emtto pure qui:





mercoledì 14 maggio 2014

Da leggere a scuola



"Non dirmi che hai paura" racconta la storia della giovane atleta somala Samia Yusuf Omar, venuta su nella penuria dei mezzi e nel terrore della guerra civile eppure partecipante, senza allenantore e opportuna alimentazione, alle Olimpiadi di Pechino 2008. Samia sognava di correre a Londra ma affogò nel tentativo di arrivare in Italia dopo 18 mesi di terribile "viaggio della speranza" sulle cui rotte, oggi come e più di ieri, si muovono e muoiono migliaia di persone in cerca di futuro.

Giuseppe Catozzella, grazie al suo talento narrativo e ad un accurato lavoro di ricerca, si immerge nella voce delicata, testarda e africana di una giovanissima podista la cui ultima delle intenzioni era lasciare casa. Eppure e alla lunga, dopo devastanti privazioni di affetti, condizioni e prospettive di vita, Samia si ritrova in quel Viaggio che migliaia di persone compiono ogni giorno, sfinite e in condizioni di semischiavitù .

Il romanzo di Giuseppe ha il merito di saper raccontare, con la delicata profondità della voce di Samia, la realtà del Viaggio e della guerra civile. Realtà che non possono essere risolte - e ben poco scalfite - raccontandosi la barzelletta dell "aiutiamoli là" perchè, diciamolo un'altra volta, le migrazioni non possono essere fermate e le guerre cancellate con un colpo di spugna o donando 50 euro.

Ma "Non dirmi che hai paura" è con lo stesso merito e spessore racconto di gioventù, femminilità, sport, amicizia e famiglia. E' racconto di cultura altra che, grazie ad autore e protagonista, si accosta a noi con naturalezza.

"Non dirmi che hai paura" è un libro da leggere a scuola per incontrare in modo diretto e coinvolgente la vicenda di una giovane donna che cerca la sua strada, in uno scenario spietato e lontano ma infine compreso e meno diverso da quello che ci si potrebbe aspettare.  

Un libro da leggere a scuola oggi per conoscere in modo essenziale (senza enfasi interpretative o emotive) quali sono le dinamiche e i costi di ogni genere e tipo del Viaggio migratorio.

 

A Giuseppe mando un sentito ringraziamento per questo ottimo lavoro di recupero e di narrazione, dal profondo significato umano e politico.

A Samia, lassù, vorrei dire: "Tua nipote ti sia -sembra già esserlo, dalle foto!- specchio e testimonianza di vita allegra e vincente, alla faccia di miliziani e altre boiate guerro-patriottarde. Lei potrà correre ancora e alla pari con le altre, e questo anche grazie a te."